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Rosella Postorino - “L’estate che perdemmo Dio” ed. Einaudi

BIIOGRAFIA
postorinoRosella Postorino (Reggio Calabria 1978) vive e lavora a Roma. Il suo primo romanzo, La stanza di sopra (Neri Pozza Bloom 2007) ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima e il Premio Città di Santa Marinella. Nel 2009 ha pubblicato per Einaudi Stile libero il romanzo L’estate che perdemmo Dio (Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis), e ha scritto una piéce teatrale dal titolo Tu (non) sei il tuo lavoro per il festival internazionale Napoli Teatro, edita da Bompiani nel volume collettivo Working for Paradise, che è stata prodotta dal Teatro Litta di Milano e sarà messa in scena in anteprima nazionale a Napoli durante l'edizione 2010 dello stesso Festival.
Ha scritto anche il saggio breve Malati di intelligenza (pubblicato nella raccolta Duras mon amour 3, Lindau 2003) e collabora con “Rolling Stone”.




copertina_postorino“L’estate che perdemmo Dio”
Salvatore Silvestro, il padre. Laura, la madre. Margherita, la figlia più piccola. E Caterina, la figlia maggiore. Nella mente di Caterina ormai dodicenne continua a risuonare l'urlo della zia, quella notte di tre anni fa giù a Nacamarina. L'urlo che annunciava il 'focu', la sciagura. Dopo quella notte, per salvarsi, la famiglia Silvestre è dovuta fuggire. In Altitalia. Dove ha conosciuto l'esilio, e anche una insperata libertà. Adesso qui, al Nord, arriva la notizia di un'altra sciagura. La morte di zio 'Ntoni. Salvatore deve separarsi dalla moglie e le figlie - loro cosi uniti - e tornare nel luogo in cui è nato, per il funerale. Il romanzo alterna il tempo dell'oggi, in cui Laura e le bambine spiano ansiose il viaggio di Salvatore, costretto a fare i conti con le proprie radici, e il tempo del ricordo: la fuga, l'arrivo nel nuovo mondo, lo spaesamento...
Salvatore guarda gli uomini a ginocchia unite, osserva i compagni di carrozza. Ecco, vorrei sottolineare questo dettaglio microscopico ma enorme, delle ginocchia unite su cui giocare a carte, di certo non c’è bisogno di questo sui Frecciarossa, sui grandi treni veloci che non collegano coi luoghi dove scende Salvatore, e se li collegano costano troppo e non ne vale la pena, perché chi è esiliato, o fuggito, o emigrato viaggia per forza in seconda classe, deve fare i conti bene e farli con attenzione.
Il viaggio del padre è un viaggio che si fa metafora di tanti viaggi simili, di tanti uomini che tutti i giorni o tutti i mesi ancora fanno avanti indietro da uno qualsiasi dei loro esili o dei loro altrove o dei loro nascondimenti. Ci siamo tutti dentro, la purezza non scontata, non banale, ma purezza di chi riesce a “vedere” attraverso Caterina, permette di sentirmi accanto a lei, di misurare fughe e dolori alle sue. Il suo occhio è specchio, le sue paure mi richiamano paure vissute, sento di avere una storia condivisa. Perché L’estate che perdemmo Dio unisce fili di destini come si intrecciano tessuti che alla fine ti stupisci della bellezza dell’orlato anche se durante la tessitura avevi percepito qualche filo più ruvido e duro, più difficile alla manipolazione.




 
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