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Questi
i finalisti dell'edizione 2010
del Premio, selezionati dalla giuria.
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Marco Burchi
“L’ultimo uomo di Sampierdarena"
Albatros-Il Filo
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BIOGRAFIA
Marco Burchi è nato a San
Giovanni Valdarno nel 1975. In
riva all'Arno trascorre gran parte
della sua vita, poi nel 1998,
per motivi di lavoro, si trasferisce
a Torino. Nel 2004 prende casa
a Genova, dove attualmente vive
con la moglie e la figlia. Già
diplomato come perito aziendale,
nel luglio 2009, frequentando
le scuole serali, ottiene la qualifica
di operatore nel settore alberghiero
e diventa cuoco (non praticante),
esaudendo il suo primo sogno.
A novembre dello stesso anno arriva
alla pubblicazione della sua prima
opera, “L'ultimo uomo di
Sampierdarena”, il suo secondo
sogno, il più importante.
“L’ultimo
uomo di Sampierdarena"
Ambientato nella
Sampierdarena di oggi, quella
dal degrado palpabile al primo
sguardo, mette in risalto uno
spaccato di vita assurdo e stralunato.
Desiderio, trentenne, sposato
con Adele, in dolce attesa, subisce
i primi, duri, colpi assestati
dalla vera vita, quella fatta
di responsabilità e di
conti da far quadrare. Si sente
come “costretto in una gabbia”
ed escogita e realizza un atto
estremo per interrompere quegli
schemi imposti dalla società.
La storia inizia nel fallimento.
La buona sorte non è dalla
sua e una mattina si sveglia in
ospedale, vestito di una nuova
condizione di se stesso. Nella
degenza sperimenta un processo
di estraniazione nei confronti
del mondo esterno e rimane sospeso
nell’indecisione tra il
restare e l’andare. Su altri
incerti binari, intanto, viaggiano
parallele storie emblematiche,
dal sapore amaro, che nell’epilogo,
ricomponendosi con quella di Desiderio,
daranno origine a un quadro finale
altamente drammatico…
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Alessandro D’Avenia
“Bianca come il latte rossa
come il sangue”
Mondadori
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BIOGRAFIA
Alessandro
D’Avenia, trentadue anni,
laureato e dottore in Lettere
classiche, insegna Lettere al
liceo ed è sceneggiatore.
Questo è il suo primo romanzo.
“Bianca
come il latte rossa come il sangue”
Leo
è un sedicenne come tanti:
ama le chiacchiere con gli amici,
il calcetto, le scorribande in
motorino e vive in perfetta simbiosi
con il suo iPod. Le ore passate
a scuola sono uno strazio, i professori
“una specie protetta che
speri si estingua definitivamente”.
Così, quando arriva un
nuovo supplente di storia e filosofia,
lui si prepara ad accoglierlo
con cinismo e palline inzuppate
di saliva. Ma questo giovane insegnante
è diverso: una luce gli
brilla negli occhi quando spiega,
quando sprona gli studenti a vivere
intensamente, a cercare il proprio
sogno.
Leo sente in sé la forza
di un leone, ma c’è
un nemico che lo atterrisce: il
bianco. Il bianco è l’assenza,
tutto ciò che nella sua
vita riguarda la privazione e
la perdita è bianco. Il
rosso invece è il colore
dell’amore, della passione,
del sangue; rosso è il
colore dei capelli di Beatrice.
Perché un sogno Leo ce
l’ha e si chiama Beatrice,
anche se lei ancora non lo sa.
Leo ha anche una realtà,
più vicina, e, come tutte
le presenze vicine, più
difficili da vedere: Silvia è
la sua realtà affidabile
e serena. Quando scopre che Beatrice
è ammalata e che la malattia
ha a che fare con quel bianco
che tanto lo spaventa, Leo dovrà
scavare a fondo dentro di sé,
sanguinare e rinascere, per capire
che i sogni non possono morire
e trovare il coraggio di credere
in qualcosa di più grande.
Bianca come il latte, rossa come
il sangue non è solo un
romanzo di formazione, non è
solo il racconto di un anno di
scuola, è un testo coraggioso
che, attraverso il monologo di
Leo – ora scanzonato e brillante,
ora più intimo e tormentato
-, racconta cosa succede nel momento
in cui nella vita di un adolescente
fanno irruzione la sofferenza
e lo sgomento, e il mondo degli
adulti sembra non aver nulla da
dire.
Contando su un recupero moderno
e vitale della grande tradizione
classica, il D’Avenia romanziere
esordiente si allea con il giovane
professore di liceo, questa la
professione dell’autore,
per offrire con energia al lettore
più o meno giovane qualche
risposta che, come ogni risposta
vera, non aspira a essere definitiva,
ma neppure esitante e rassegnata.
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Rosella Postorino
“L’estate che perdemmo
Dio”
ed. Einaudi
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BIOGRAFIA
Rosella Postorino (Reggio Calabria
1978) vive e lavora a Roma.
Il suo primo romanzo, La stanza
di sopra (Neri Pozza Bloom 2007)
ha vinto il Premio Rapallo Carige
Opera Prima e il Premio Città
di Santa Marinella. Nel 2009
ha pubblicato per Einaudi Stile
libero il romanzo L’estate
che perdemmo Dio (Premio Benedetto
Croce e Premio speciale della
giuria Cesare De Lollis), e
ha scritto una piéce
teatrale dal titolo Tu (non)
sei il tuo lavoro per il festival
internazionale Napoli Teatro,
edita da Bompiani nel volume
collettivo Working for Paradise,
che è stata prodotta
dal Teatro Litta di Milano e
sarà messa in scena in
anteprima nazionale a Napoli
durante l'edizione 2010 dello
stesso Festival.
Ha scritto anche il saggio breve
Malati di intelligenza (pubblicato
nella raccolta Duras mon amour
3, Lindau 2003) e collabora
con “Rolling Stone”.
“L’estate
che perdemmo Dio”
Salvatore Silvestro,
il padre. Laura, la madre. Margherita,
la figlia più piccola.
E Caterina, la figlia maggiore.
Nella mente di Caterina ormai
dodicenne continua a risuonare
l'urlo della zia, quella notte
di tre anni fa giù a
Nacamarina. L'urlo che annunciava
il 'focu', la sciagura. Dopo
quella notte, per salvarsi,
la famiglia Silvestre è
dovuta fuggire. In Altitalia.
Dove ha conosciuto l'esilio,
e anche una insperata libertà.
Adesso qui, al Nord, arriva
la notizia di un'altra sciagura.
La morte di zio 'Ntoni. Salvatore
deve separarsi dalla moglie
e le figlie - loro cosi uniti
- e tornare nel luogo in cui
è nato, per il funerale.
Il romanzo alterna il tempo
dell'oggi, in cui Laura e le
bambine spiano ansiose il viaggio
di Salvatore, costretto a fare
i conti con le proprie radici,
e il tempo del ricordo: la fuga,
l'arrivo nel nuovo mondo, lo
spaesamento...
Salvatore guarda gli uomini
a ginocchia unite, osserva i
compagni di carrozza. Ecco,
vorrei sottolineare questo dettaglio
microscopico ma enorme, delle
ginocchia unite su cui giocare
a carte, di certo non c’è
bisogno di questo sui Frecciarossa,
sui grandi treni veloci che
non collegano coi luoghi dove
scende Salvatore, e se li collegano
costano troppo e non ne vale
la pena, perché chi è
esiliato, o fuggito, o emigrato
viaggia per forza in seconda
classe, deve fare i conti bene
e farli con attenzione.
Il viaggio del padre è
un viaggio che si fa metafora
di tanti viaggi simili, di tanti
uomini che tutti i giorni o
tutti i mesi ancora fanno avanti
indietro da uno qualsiasi dei
loro esili o dei loro altrove
o dei loro nascondimenti. Ci
siamo tutti dentro, la purezza
non scontata, non banale, ma
purezza di chi riesce a “vedere”
attraverso Caterina, permette
di sentirmi accanto a lei, di
misurare fughe e dolori alle
sue. Il suo occhio è
specchio, le sue paure mi richiamano
paure vissute, sento di avere
una storia condivisa. Perché
L’estate che perdemmo
Dio unisce fili di destini come
si intrecciano tessuti che alla
fine ti stupisci della bellezza
dell’orlato anche se durante
la tessitura avevi percepito
qualche filo più ruvido
e duro, più difficile
alla manipolazione.
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Gaia Rayneri
“Pulce non c’è”
ed. Einaudi
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BIOGRAFIA
Gaia
Rayneri è nata nel 1986
e vive tra Torino e Londra. Pulce
non c'è (Einaudi, 2009)
è il suo primo romanzo.
"Pulce non c'è"
Pulce
ha nove anni, il naso a patata
e due «occhioni accesi».
Beve solo tamarindo, ascolta Bach,
fa sculture con il pecorino e
va pazza per le persone arrabbiate.
Pulce non parla perché
è autistica, ma «questo
non significa che non abbia niente
da dire».
Un giorno come tutti gli altri,
viene allontanata dalla famiglia
senza troppe spiegazioni.
Pulce qualche volta piange, ma
non sa dire che è triste;
anzi, a volte sembra che non sappia
nemmeno piangere, perché
lo fa in un modo che non le scendono
le lacrime,
ma le piange solo la faccia. È
difficile da spiegare, comunque
non è molto importante,
perché Pulce piange poco».
A raccontarci Pulce e il suo mondo
speciale è la sorella Giovanna,
con la sua voce ironica, candida,
intelligente, divagante. Pulce
è una bambina allegra,
a cui piace infilarsi
negli abbracci degli sconosciuti,
stritolarti più forte che
può. Non sa parlare e per
scrivere usa un metodo che si
chiama Comunicazione Facilitata
e funziona così:
«Tu prendi un bambino autistico,
lo fai sedere davanti a un computer,
lo tocchi e come per magia gli
dai sicurezza, così lui
scrive tutto quello che per tutta
la vita
si è sempre tenuto dentro».
Quando un giorno, come tutti i
giorni, mamma Anita va a prenderla
a scuola, Pulce non c'è.
«Provvedimenti superiori»
hanno deciso che loro non sono
più dei buoni genitori,
e Pulce è stata portata
nella comunità Giorni Felici.
Anita e Giovanna possono farle
visita
una volta alla settimana, «sotto
lo sguardo soldato di un'educatrice».
Papà Gualtiero, invece,
sua figlia non può vederla,
perché su di lui grava
una mostruosa accusa.
Giovanna ha solo tredici anni
quando comincia questa «storiaccia».
È una ragazzina curiosa,
con qualche tic nervoso e un gruppetto
di amici immaginari.
E proprio grazie alla sua immaginazione
vispa e intelligente, alla sua
potente capacità inventiva,
Giovanna ci racconta senza retorica
e senza patetismi lo scontro
tra mondo adulto e infanzia, tra
malattia e normalità, tra
rigidità delle istituzioni
e legami affettivi. Il suo sguardo
singolare, il suo punto di vista
spostato,
ci fa vedere improvvisamente le
cose, rende intellegibile ciò
che anche gli adulti faticano
a capire. E ci spiazza.
Un romanzo fresco e spietato,
che colpisce per l'intensità
della scrittura. Un libro miracoloso
in cui tragedia e commedia si
compenetrano a ogni pagina.
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Salvo Toscano
“Sangue del mio sangue”
Dario Flaccovio
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BIOGRAFIA
Salvo
Toscano è nato nel 1975
a Palermo, dove vive e lavora.
Giornalista professionista, si
occupa di politica e costume.
Con Dario Flaccovio editore ha
pubblicato i romanzi Ultimo appello
(2005), L'Enigma Barabba (2006,
semifinalista Premio Scerbanenco),
Sangue del mio sangue (2009 finalista
Premio Legal drama award). Con
Filippo D'Arpa ha curato la raccolta
di racconti “La scelta –
storie da non dimenticare”
(Novantacento, 2007), antologia
dedicata alle vittime della mafia.
È sposato e ha due figli.
"Sangue
del mio sangue"
Il
solerte capo dell’ufficio
tecnico comunale di un paesino
della provincia di Palermo viene
assassinato a colpi di pistola
davanti casa. Poche ore prima
si era scontrato con il sindaco
riguardo a un controverso progetto
per la realizzazione di un resort
di lusso nel territorio del comune.I
fratelli Corsaro, Roberto, un
avvocato tutto famiglia e lavoro,
e Fabrizio, un giornalista viveur,
si trovano coinvolti in un caso
che li porterà a confrontarsi
duramente sul piano professionale
e personale, fino al clamoroso
epilogo in un’aula di corte
d’assise. Intanto Roberto
aspetta il secondo figlio e Fabrizio
forse si sta innamorando per la
prima volta. Politica, sentimento
e mistero in un giallo ricco di
ironia, animato dagli stessi protagonisti
dei romanzi “Ultimo appello”
e “L’enigma Barabba”.
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