4a edizione - anno 2010
premio letterario riservato a giovani narratori < 35 anni | zocca (MO)
      
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 I FINALISTI 2010

Questi i finalisti dell'edizione 2010 del Premio, selezionati dalla giuria.

Marco Burchi
“L’ultimo uomo di Sampierdarena"
Albatros-Il Filo
  

BIOGRAFIA
Marco Burchi è nato a San Giovanni Valdarno nel 1975. In riva all'Arno trascorre gran parte della sua vita, poi nel 1998, per motivi di lavoro, si trasferisce a Torino. Nel 2004 prende casa a Genova, dove attualmente vive con la moglie e la figlia. Già diplomato come perito aziendale, nel luglio 2009, frequentando le scuole serali, ottiene la qualifica di operatore nel settore alberghiero e diventa cuoco (non praticante), esaudendo il suo primo sogno. A novembre dello stesso anno arriva alla pubblicazione della sua prima opera, “L'ultimo uomo di Sampierdarena”, il suo secondo sogno, il più importante.

“L’ultimo uomo di Sampierdarena"
Ambientato nella Sampierdarena di oggi, quella dal degrado palpabile al primo sguardo, mette in risalto uno spaccato di vita assurdo e stralunato. Desiderio, trentenne, sposato con Adele, in dolce attesa, subisce i primi, duri, colpi assestati dalla vera vita, quella fatta di responsabilità e di conti da far quadrare. Si sente come “costretto in una gabbia” ed escogita e realizza un atto estremo per interrompere quegli schemi imposti dalla società. La storia inizia nel fallimento. La buona sorte non è dalla sua e una mattina si sveglia in ospedale, vestito di una nuova condizione di se stesso. Nella degenza sperimenta un processo di estraniazione nei confronti del mondo esterno e rimane sospeso nell’indecisione tra il restare e l’andare. Su altri incerti binari, intanto, viaggiano parallele storie emblematiche, dal sapore amaro, che nell’epilogo, ricomponendosi con quella di Desiderio, daranno origine a un quadro finale altamente drammatico…


     
Alessandro D’Avenia
“Bianca come il latte rossa come il sangue”
Mondadori

 

BIOGRAFIA
Alessandro D’Avenia, trentadue anni, laureato e dottore in Lettere classiche, insegna Lettere al liceo ed è sceneggiatore. Questo è il suo primo romanzo.

“Bianca come il latte rossa come il sangue”
Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno.
Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice.
Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficili da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.
Bianca come il latte, rossa come il sangue non è solo un romanzo di formazione, non è solo il racconto di un anno di scuola, è un testo coraggioso che, attraverso il monologo di Leo – ora scanzonato e brillante, ora più intimo e tormentato -, racconta cosa succede nel momento in cui nella vita di un adolescente fanno irruzione la sofferenza e lo sgomento, e il mondo degli adulti sembra non aver nulla da dire.
Contando su un recupero moderno e vitale della grande tradizione classica, il D’Avenia romanziere esordiente si allea con il giovane professore di liceo, questa la professione dell’autore, per offrire con energia al lettore più o meno giovane qualche risposta che, come ogni risposta vera, non aspira a essere definitiva, ma neppure esitante e rassegnata.

    
Rosella Postorino
“L’estate che perdemmo Dio”
ed. Einaudi
 

BIOGRAFIA
Rosella Postorino (Reggio Calabria 1978) vive e lavora a Roma. Il suo primo romanzo, La stanza di sopra (Neri Pozza Bloom 2007) ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima e il Premio Città di Santa Marinella. Nel 2009 ha pubblicato per Einaudi Stile libero il romanzo L’estate che perdemmo Dio (Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis), e ha scritto una piéce teatrale dal titolo Tu (non) sei il tuo lavoro per il festival internazionale Napoli Teatro, edita da Bompiani nel volume collettivo Working for Paradise, che è stata prodotta dal Teatro Litta di Milano e sarà messa in scena in anteprima nazionale a Napoli durante l'edizione 2010 dello stesso Festival.
Ha scritto anche il saggio breve Malati di intelligenza (pubblicato nella raccolta Duras mon amour 3, Lindau 2003) e collabora con “Rolling Stone”.

“L’estate che perdemmo Dio”
Salvatore Silvestro, il padre. Laura, la madre. Margherita, la figlia più piccola. E Caterina, la figlia maggiore. Nella mente di Caterina ormai dodicenne continua a risuonare l'urlo della zia, quella notte di tre anni fa giù a Nacamarina. L'urlo che annunciava il 'focu', la sciagura. Dopo quella notte, per salvarsi, la famiglia Silvestre è dovuta fuggire. In Altitalia. Dove ha conosciuto l'esilio, e anche una insperata libertà. Adesso qui, al Nord, arriva la notizia di un'altra sciagura. La morte di zio 'Ntoni. Salvatore deve separarsi dalla moglie e le figlie - loro cosi uniti - e tornare nel luogo in cui è nato, per il funerale. Il romanzo alterna il tempo dell'oggi, in cui Laura e le bambine spiano ansiose il viaggio di Salvatore, costretto a fare i conti con le proprie radici, e il tempo del ricordo: la fuga, l'arrivo nel nuovo mondo, lo spaesamento...
Salvatore guarda gli uomini a ginocchia unite, osserva i compagni di carrozza. Ecco, vorrei sottolineare questo dettaglio microscopico ma enorme, delle ginocchia unite su cui giocare a carte, di certo non c’è bisogno di questo sui Frecciarossa, sui grandi treni veloci che non collegano coi luoghi dove scende Salvatore, e se li collegano costano troppo e non ne vale la pena, perché chi è esiliato, o fuggito, o emigrato viaggia per forza in seconda classe, deve fare i conti bene e farli con attenzione.
Il viaggio del padre è un viaggio che si fa metafora di tanti viaggi simili, di tanti uomini che tutti i giorni o tutti i mesi ancora fanno avanti indietro da uno qualsiasi dei loro esili o dei loro altrove o dei loro nascondimenti. Ci siamo tutti dentro, la purezza non scontata, non banale, ma purezza di chi riesce a “vedere” attraverso Caterina, permette di sentirmi accanto a lei, di misurare fughe e dolori alle sue. Il suo occhio è specchio, le sue paure mi richiamano paure vissute, sento di avere una storia condivisa. Perché L’estate che perdemmo Dio unisce fili di destini come si intrecciano tessuti che alla fine ti stupisci della bellezza dell’orlato anche se durante la tessitura avevi percepito qualche filo più ruvido e duro, più difficile alla manipolazione.

    

Gaia Rayneri
“Pulce non c’è”
ed. Einaudi

BIOGRAFIA
Gaia Rayneri è nata nel 1986 e vive tra Torino e Londra. Pulce non c'è (Einaudi, 2009) è il suo primo romanzo.

"Pulce non c'è"
Pulce ha nove anni, il naso a patata e due «occhioni accesi». Beve solo tamarindo, ascolta Bach, fa sculture con il pecorino e va pazza per le persone arrabbiate.
Pulce non parla perché è autistica, ma «questo non significa che non abbia niente da dire».
Un giorno come tutti gli altri, viene allontanata dalla famiglia senza troppe spiegazioni.
Pulce qualche volta piange, ma non sa dire che è triste; anzi, a volte sembra che non sappia nemmeno piangere, perché lo fa in un modo che non le scendono le lacrime,
ma le piange solo la faccia. È difficile da spiegare, comunque non è molto importante, perché Pulce piange poco».
A raccontarci Pulce e il suo mondo speciale è la sorella Giovanna, con la sua voce ironica, candida, intelligente, divagante. Pulce è una bambina allegra, a cui piace infilarsi
negli abbracci degli sconosciuti, stritolarti più forte che può. Non sa parlare e per scrivere usa un metodo che si chiama Comunicazione Facilitata e funziona così:
«Tu prendi un bambino autistico, lo fai sedere davanti a un computer, lo tocchi e come per magia gli dai sicurezza, così lui scrive tutto quello che per tutta la vita
si è sempre tenuto dentro». Quando un giorno, come tutti i giorni, mamma Anita va a prenderla a scuola, Pulce non c'è.
«Provvedimenti superiori» hanno deciso che loro non sono più dei buoni genitori, e Pulce è stata portata nella comunità Giorni Felici. Anita e Giovanna possono farle visita
una volta alla settimana, «sotto lo sguardo soldato di un'educatrice». Papà Gualtiero, invece, sua figlia non può vederla, perché su di lui grava una mostruosa accusa.
Giovanna ha solo tredici anni quando comincia questa «storiaccia». È una ragazzina curiosa, con qualche tic nervoso e un gruppetto di amici immaginari.
E proprio grazie alla sua immaginazione vispa e intelligente, alla sua potente capacità inventiva, Giovanna ci racconta senza retorica e senza patetismi lo scontro
tra mondo adulto e infanzia, tra malattia e normalità, tra rigidità delle istituzioni e legami affettivi. Il suo sguardo singolare, il suo punto di vista spostato,
ci fa vedere improvvisamente le cose, rende intellegibile ciò che anche gli adulti faticano a capire. E ci spiazza.
Un romanzo fresco e spietato, che colpisce per l'intensità della scrittura. Un libro miracoloso in cui tragedia e commedia si compenetrano a ogni pagina.

    

Salvo Toscano
“Sangue del mio sangue”
Dario Flaccovio

BIOGRAFIA
Salvo Toscano è nato nel 1975 a Palermo, dove vive e lavora. Giornalista professionista, si occupa di politica e costume. Con Dario Flaccovio editore ha pubblicato i romanzi Ultimo appello (2005), L'Enigma Barabba (2006, semifinalista Premio Scerbanenco), Sangue del mio sangue (2009 finalista Premio Legal drama award). Con Filippo D'Arpa ha curato la raccolta di racconti “La scelta – storie da non dimenticare” (Novantacento, 2007), antologia dedicata alle vittime della mafia. È sposato e ha due figli.

"Sangue del mio sangue"
Il solerte capo dell’ufficio tecnico comunale di un paesino della provincia di Palermo viene assassinato a colpi di pistola davanti casa. Poche ore prima si era scontrato con il sindaco riguardo a un controverso progetto per la realizzazione di un resort di lusso nel territorio del comune.I fratelli Corsaro, Roberto, un avvocato tutto famiglia e lavoro, e Fabrizio, un giornalista viveur, si trovano coinvolti in un caso che li porterà a confrontarsi duramente sul piano professionale e personale, fino al clamoroso epilogo in un’aula di corte d’assise. Intanto Roberto aspetta il secondo figlio e Fabrizio forse si sta innamorando per la prima volta. Politica, sentimento e mistero in un giallo ricco di ironia, animato dagli stessi protagonisti dei romanzi “Ultimo appello” e “L’enigma Barabba”.